Milius: il genio dimenticato

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«Non sono un reazionario – Sono solo un estremista di destra che è andato così in là da fare il giro. Sono andato così in là da essere un maoista. Sono un anarchico. Sono sempre stato un anarchico. Un vero uomo di destra odia ogni forma di governo, perché il governo è per il bestiame, non per gli esseri umani».
John Milius.

John Milius, nato a St. Louis, Missouri, 1941, regista, sceneggiatore. L’uomo che ha scritto Apocalypse Now, Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Un mercoledì da leoni, Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo e Conan il barbaro, non lavora a un film dal 1997.
Hollywood, storico bastione democratico d’America, non gli ha perdonato l’essere repubblicano o, come si definisce lui: “un anarchico zen”. Neanche i suoi amici e compagni di università: Steven Spielberg, George Lucas e Francis Ford Coppola, hanno potuto, o voluto, aiutarlo. Non che abbia mai ucciso nessuno, sia entrato in politica o abbia rilasciato affermazioni imperdonabili. Il suo essere di “destra” è più compatibile con la creazione di un personaggio, a cavallo tra sfrenato machismo e fumetto. Quel soldato che non ha potuto essere per colpa dell’asma e che ha poi raccontato in tanti film straordinari. Film innamorati dell’eroismo ma mai apologetici della guerra in sé.

Certo: non doveva essere facile aver a che fare con lui. Perennemente armato di una Colt .45 che metteva sul tavolo quando le trattative andavano male; circondato da misteriosi “consulenti” con curriculum nelle forze speciali. Fedele a giganti del passato come John Ford e Akira Kurosawa. Questi negli anni ’70, tra hippy e Pantere Nere. Facile immaginare il quieto Spielberg e l’ipocondriaco Lucas ritrarsi terrorizzati dalle follie dell’amico.

Oggi Milius combatte per recuperare la capacità di parlare, rubatagli da un infarto. Nel documentario Milius, di Joey Figueroa and Zak Knutson (che consiglio a tutti di vedere), si lascia intendere che sia quasi guarito, pronto a riprendere il lavoro interrotto sulla sua, ormai leggendaria, versione di Gengis Khan. Il problema, però, non è che cosa farà Milius. È cosa non gli è stato lasciato fare.
Il suo esilio inizia nel 1984: all’uscita di Alba Rossa. Ve lo ricordate? Patrick Swayze e Charlie Sheen liceali americani che diventano partigiani a seguito di un’invasione russo-cubana. Oggi fa ridere. All’epoca fece scalpore, provocando proteste ufficiali da parte del governo d’oltrecortina. C’è ancora chi sostiene che, per colpa di Milius, avrebbe potuto scoppiare la Terza Guerra Mondiale.
Seguono quattro anni di esilio forzato, fino allo splendido Addio al Re, con Nick Nolte nel ruolo di un soldato americano che, durante la Seconda Guerra Mondiale, diserta l’esercito e diventa leader di una tribù di aborigeni del Borneo. Il film, uno dei migliori della sua carriera, passa inosservato. Nel ’91 un flop ancora peggiore: L’ultimo attacco, con l’aggravante di una sceneggiatura non sua che cerca di riscrivere all’ultimo, senza salvare la pellicola da incoerenze e momenti kitsch.

Se si esclude lo script di Geronimo, bisogna aspettare il 1997 per vedere un nuovo progetto su cui “l’uomo col sigaro” abbia il controllo creativo: si tratta dell’epico film tv Rough Riders, omaggio all’avventura cubana di Teddy Roosevelt in chiave western-bellica. Da allora solo silenzio.
Hollywood, nel frattempo, sommersa da effetti digitali e saghe fantasy (conseguenza diretta della politica della coppia Spielberg-Lucas), lo ha dimenticato. E con lui sembra aver perso l’arte di costruire dialoghi capaci di suonare colloquiali pur conservando un’alta qualità letteraria.
Pensiamo al monologo di Kurtz in Apocalypse Now; o allo storico “Mi piace l’odore del napalm al mattino”. Fu Milius a firmare un altro monologo imprescindibile, quello recitato da R. Shaw ne Lo squalo, sui naufraghi dell’Indianapolis. Lui mise in bocca all’ispettore Calaghan il proverbiale: “coraggio, su … fatti ammazzare”. Ancora: senza Milius non avremmo goduto di quel capolavoro fantasy per adulti che è Conan. Schwarzenegger non sarebbe diventato una star (lo impose a De Laurentiis, all’epoca contrario, dicendo che se non avesse scritturato l’austriaco allora avrebbe scelto … Dustin Hoffmann). Non parliamo poi della poesia di Un mercoledì da Leoni.
A quanto pare tutto ciò non è sufficiente per essere perdonati dallo showbusiness, in particolare quando si viaggia politicamente controcorrente. Non che il folle John, col suo sigaro perenne e la casa piena di fucili, abbia mai fatto del male a qualcuno, infranto leggi, offeso minoranze o commesso altre indecenze oggigiorno comuni e tollerate.
No, lui: l’anarchico zen, è rimasto vittima del proprio personaggio e di un mondo in cui il branco, anche quando si professa democratico, ha sempre la meglio sui battitori liberi.

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