Se la chemioterapia è social: 5 domande a Wondy

13 dic ’13 at 12:00 pm  •  0 Comments  •  379 views

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Quella di questa settimana è una storia semplice, scritta con i pastelli, e spero che le mie cinquemila parole (spazi e sospiri inclusi) non riescano ad appesantirla. E’ la storia delle chemio avventure di Wondy, dell’omonimo blog su Vanity Fair e, soprattutto, della sua vita.

Breve premessa. È il 24 febbraio di quest’anno. Sono a New York, ad un evento promosso dal social network Cowbird. Parla Alan Scott: scrittore, blogger, social media editor.
Racconta la sua recente malattia, un tumore ai testicoli.
It’s time to tell you why chemio is social”, dice.
Blogger sull’Huffington Post, ha raccontato online il suo anno di terapie e cure, aprendosi ai lettori e scoprendo gli effetti terapeutici dei social network. Così è nato il suo progetto, #chemocation.

Qualche settimana dopo inciampo su Google e scopro Le Chemio avventure di Wondy.
Stile inconfondibile, capacità sublime di alleggerire il trauma ed appoggiarlo sulle nuvole.
Il blog è la storia di Wondy, dei suoi viaggi a Rozzangeles per sconfiggere il tumore e del suo dialogo con lettrici e lettori per condividerne malesseri, speranze, sogni.

Ci siamo mai chiesti come fanno i bambini a disegnare castelli in cielo in barba a qualsiasi principio fisico e architettonico?
La risposta, in questa storia semplice.

Wondy, la tua chemio avventura a Rozzangeles è un modo magico per presentare quello che quotidianamente omettiamo o proteggiamo. Hai illuminato con ironia e semplicità una zona drammatica e franca. Wondyana Jones è più speciale di altre o davvero la “chemio è social”?

Wondy è speciale esattamente quanto tutte le ragazze che come lei hanno dovuto affrontare un periodo buio e la chemio? È social! È un’avventura che si affronta da sole, ma diventa più leggera se la si condivide. Il web in questo è un’arma magica, che ci rende più vicine e che è teatro di scambio di informazioni e consigli ma anche un luogo virtuale dove si può chiedere aiuto e ricevere la parola giusta che ci serve per andare avanti. Ps. Wondiana Jones è un nomignolo che mi ha regalato una lettrice del blog e io lo giro a tutte le mie compagne.

Eppure, per dirla con le parole del tuo ultimo post, ancora non riusciamo a chiamare “cancro” un tumore e pensiamo che faccia meno male annunciare la morte “dopo una lunga malattia”. Dove finisce la privacy e dove inizia la paura di condividere, soprattutto nell’era digitale?

Questa è una domanda da cento milioni di dollari. Personalmente ho deciso che la prevenzione e l’informazione sul tumore al seno siano più importanti della mia privacy. Se parlare della mia esperienza privata è d’aiuto ad altre donne, allora eccomi qui. Ho scelto di firmarmi come Wondy non per nascondere la mia identità, ma per dire a tutte le donne che ognuna di noi è un po’ Wonder Woman. Solo che non tutte ne sono consapevoli. Firmerò il memoir di Wondy, che uscirà a primavera 2014, con il mio nome e cognome. E quello che mi è più intimo e privato, rimarrà protetto e non scritto. Penso inoltre che sia giusto parlare di tumore e della paura della morte. Esplicitarli e condividerli li rendono meno terrificanti.

Con un po’ di sana irriverenza, il successo del tuo blog su Vanity Fair può essere letto anche in chiave editoriale e marketing. E presenta tutti gli elementi tipici dei grandi successi. Una storia appassionata, uno stile editoriale forte, un logo originale (il wonderbra, il reggiseno dei miracoli). E poi il Wondy raduno, il vignettista Vincino come guest star e un libro in uscita la prossima primavera. Hai mai pensato che tante aziende, là fuori, fanno brain storming di ore senza riuscire a produrre storie così brillanti?

Ahahahahah! Sì, ogni tanto ci penso. E ammetto che se non facessi la giornalista, proverei a fare la cosiddetta “creativa”. Sono sempre stata un vulcano di idee e a casa e sul lavoro tutti si sforzano di contenermi con incoraggiamenti tipo “Devi dire di no!” “Non ti inventerai anche questa?!” “Wondy, devi selezionare” e via così. Il tumore mi ha rallentata, ma non fermata.


Le community sul web raccolgono esperienze e creano coraggio. C’è un minimo di rischio che dietro una pagina digitale si nasconda un po’ di retorica? Il “social cordoglio” e i “mi piace” sono un modo moderno di travestire gli abbracci?

 In parte sì. Ma questo rischio fa parte del gioco e non mi turba.  A fronte dei “mi piace” cliccati in un secondo, quasi per pulire la coscienza, ce ne sono tantissimi altri sentiti con il cuore e inviati da ogni angolo d’Italia. Quelli di persone che hanno sofferto come te, che sanno di cosa stai parlando ma anche di quei lettori che mi hanno scritto mail private molto commoventi e di amici conosciuti grazie ai social e poi incontrati nella vita reale. Rimane il fatto che gli abbracci fisici sono sempre da preferire. Sono molto più caldi.

Rozzano diventa Rozzangeles, i tumori sono sassolini e una chemioterapia si trasforma in una chemio avventura. Passano i decenni ma le parole sembrano ancora piuttosto importanti. Se avessi raccontato questa storia su un foglio di carta, avresti usato parole diverse?

No. Queste sono le parole che ho usato in questi mesi e che sono entrate nel mio lessico di tutti i giorni. Rozzangeles mi ricorda Los Angeles e visto che adoro i viaggi, mi piaceva pensare l’ospedale come una meta. “Sassolini” è stata la parola che ho usato per spiegare il tumore ai miei figli, farglielo immaginare e dargli un senso. “Chemio avventura” è stata la chemioterapia: una vera e propria avventura con i suoi ostacoli, i suoi imprevisti e le sue belle sorprese.


web: www.chemioavventurediwondy.vanityfair.it
facebook:  Le chemio avventure di Wondy
Photo by Mauro Consilvio

The story of this week is a simple story, written with crayons, and I hope that my five thousand words (spaces and suspires included) don’t make it heavier. That’s the story of Wondy chemo adventures, of the homonymous blog on Vanity Fair and, above all, of her life. Brief premise. It’s the 24th of February 2013. I’m in New York, at an event promoted by the Social Network Cowbird. Alan Scott speaks: writer, blogger, social media editor. He talks about his early sickness, a testicular cancer. “It’s time to tell you why chemo is social”, he says. Blogger on the Huffington Post, he talked online about his year of therapies and treatments, talking about himself to the readers and discovering the social network therapeutic effect. In this way his project was born, #chemocation.
Some weeks later, I bump on Google and I discover the Woody Chemo adventures. Unmistakable style, sublime capacity to relieve the trauma and get it on the clouds. Her blog is the Woody story, she talks about her travels to Rozzageles to defeat the cancer and about her dialogue with male and female readers to share illness, hopes, dreams. Have we ever asked ourselves how children could draw castles in the sky without any physics and architectonic principles? The answer is in the simple story.

Wondy, your chemo adventure in Rozzangeles is a magic way to show what we daily leave out or protect. You have lighted with irony and simplicity a frank and dramatic zone. Is Wondyana Jones more special than other ones or really “chemo is social”?

Is Wondy special exactly like all the girls who, like her, faced a dark period and chemo? That’s social! It’s an adventure that you face alone, but it is lighter if you share it. In this, web is a magic weapon, it makes us closer and it is the exchange theatre of information and suggestions. But it is also a virtual place where you can ask help and receive the right word you need to go on. Ps. Wondiana Jones is a nickname that a blog reader gave to me and I give it to all my friends.

Though, recalling the last post words, we can’t call “cancer” a tumor yet, and we think that it is less hard to announce the death “after a long illness”. Where does the privacy finish and where does the sharing fear start , above all in digital era?

This is a ten hundred millions-dollar question. Personally, I decided that prevention and information on breast cancer are more important than my privacy. If talking about my private experience could help some other women, here I am. I’ve chosen to sign as Wondy not for hiding my identity, but to say to all the women that everyone of us is a little Wonder Woman. But not all the women know that. I will sign the memoir of Wondy, that is going to be published in the spring 2014, with my name and surname. And closer and more private things will be protected and not written. More, I think that it’s right talking about the cancer and the fear to die. Explaining and sharing them make them less terrifying.

With a little bit of safe irreverence, success of your blog on Vanity Fair could be seen in a marketing and editorial key. It shows all the typical elements of the greatest successes. A passionate story, a strong editorial style and an original logo (the wonderbra, the miracles bra). Then, the Wondy meeting, the illustrator Vincino as guest star and a book coming out on the next spring. Have you ever thought that so many companies, outside, made a long brain storming without being able to produce so successful stories?

Ahahahahah! Yes, sometimes I think to and I recognize that, if I wasn’t a journalist, I would try to be a “creative”. I’ve always been an ideas volcano and at home and at work, everybody try to restrain me with encouragements like “You must say no!” “Aren’t you going to invent this story, too?!” “Wondy, you must select” and so on. Cancer made me slow, but it didn’t stop me.

The community on the web collect experiences and create courage. There is a minimal risk that a digital page is hidden behind a little ‘rhetoric? The “social sympathy” and “likes” are a modern way to disguise the hugs?

That’s partly true. But this risk is part of a game and I’m not afraid. There are many “likes” clicked in just a second, it seems that some people don’t want that their conscience torments them, but there are so many other likes that are written with feeling and sent from each part of Italy. Some messages come from people who suffered like you, who know what you are talking about but there are also those readers who wrote me some so touching private mails and some friends met thanks to the social network and, then, met in real life. That’s normal that I prefer physical embraces. They are much hotter.

Rozzano becomes Rozzangeles, tumors are little stones and chemotherapy becomes chemo adventure. Decades pass, but words still seem important. If you had told this story on a paper, would you have used some different words?

No. These are the words I’ve used during these months and they are in my everyday lexicon. Rozzangeles recalls Los Angeles and, since I adore travels, I liked to think to the hospital like it was a destination. “Little stones” were the words I used to explain the cancer to my sons, to make them imagine it and let them give it a sense. “Chemo adventure” was the chemotherapy: a real adventure with its obstacles, its unexpected events and its beautiful surprises.

Carlo

About Carlo

Mi chiamo Carlo e sono trentacinque giorni che non uso la parola perifrasi. Travolto da un camion di consonanti quando ero più piccolo, ho iniziato a leggere e scrivere. Tuttora mi occupo di contenuti digitali. Ho da poco pubblicato Read2Speak, un progetto per migliorare via Skype la capacità espressiva in lingua inglese. Ma per sperare che abbia successo la chiamerò startup. La mia rubrica per Bobos ha l'obiettivo di dare spazio alle grandi e persino piccole storie digitali di qualità. Attualmente vivo a Malta.

 

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