Ibraaz One Year

A Londra, un anniversario tra arte, ascolto e ritualità collettiva

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Un anniversario può limitarsi a guardare indietro. Ibraaz sceglie invece di aprire tutte le porte e mettere in circolo suoni, immagini, idee e persone. Il 15 ottobre 2026 la sede di Mortimer Street celebra il suo primo anno con una serata diffusa nell’intero edificio, dalle 18 alle 21, a ingresso gratuito su prenotazione.

Il titolo è essenziale, Ibraaz: One Year. Il programma lo è molto meno: arte, musica, film, editoria, cibo, preghiera e dibattito convivono per qualche ora senza essere separati in compartimenti. Non una festa sovrapposta alle mostre, quindi, ma un ritratto dal vivo dell’identità dell’istituzione londinese.

Un’istituzione che nasce dall’ospitalità

Ibraaz nasce nel 2011 come piattaforma editoriale dedicata alla cultura visiva del Medio Oriente e del Nord Africa. Oggi è un ente culturale e benefico sostenuto dalla Kamel Lazaar Foundation e si definisce uno spazio per l’arte, la cultura e le idee della Global Majority. Il nome richiama un termine arabo legato all’atto di portare alla luce.

La sua sede non è pensata come una galleria tradizionale. Le stanze hanno funzioni e nomi diversi: Majlis è il luogo dell’incontro, Minassa quello della presentazione e della performance, Iqra ospita la biblioteca, Musalla è dedicata alla pratica spirituale. Anche il caffè e la libreria diventano residenze temporanee. Accogliere, condividere e sedersi insieme non sono formule programmatiche, ma parte dell’architettura quotidiana del progetto.

Elegy e il lutto come presenza collettiva

Gabrielle Goliath, Elegy, Joan Thabeng, 2018, Do Disturb Festival, Palais de Tokyo, Parigi. Foto Ayka Lux.

Nel Minassa, Elegy di Gabrielle Goliath raccoglie voci e immagini attorno a vite e storie segnate dalla violenza, dalla cancellazione e dalla perdita. Il progetto, iniziato nel 2015 e sviluppato in più di dieci anni tra Johannesburg, Città del Capo, San Paolo, Parigi, Amsterdam e altre città, prende forma attraverso otto monoliti funerari.

L’opera attraversa la cultura dello stupro e il femminicidio in Sudafrica, il genocidio dei popoli Ovaherero e Nama in Namibia e la devastazione della vita palestinese. Il lutto non è proposto come conclusione, ma come pratica continua di vicinanza, memoria e cura condivisa.

Quando il suono diventa una prova

Earshot, analisi di un attacco contro giornalisti nel Libano meridionale, 2023. Courtesy Earshot e Ibraaz.

Nella biblioteca Iqra, Earshot porta il suono fuori dal ruolo di semplice atmosfera. L’organizzazione non profit fondata da Lawrence Abu Hamdan utilizza l’ascolto e l’analisi sonora nella difesa dei diritti umani e ambientali. Messaggi vocali, riprese telefoniche, colpi d’arma da fuoco, droni e rumori ambientali possono diventare tracce, testimonianze ed elementi di responsabilità.

La Library-in-Residence dura nove mesi e comprende un’esperienza multicanale, From the Field, insieme a tre stazioni di ascolto. The Crack and the Boom studia l’analisi balistica, Authentic Audio affronta voci sintetiche e deepfake, The Sonic Identikit lavora sul riconoscimento dei suoni e sulle testimonianze di chi era presente.

Una costellazione di chiamate alla preghiera

Joe Namy, Cosmic Breath, 2026, veduta dell’installazione nel Musalla di Ibraaz. Courtesy dell’artista. Foto Ollie Hammick.

Cosmic Breath di Joe Namy occupa il Musalla con registrazioni storiche e contemporanee dell’adhan, la chiamata islamica alla preghiera. Le voci provengono da luoghi ed epoche differenti e vengono diffuse attraverso altoparlanti a tromba, simili a quelli collocati sui minareti.

Tra le registrazioni compare quella considerata la prima testimonianza sonora dell’adhan alla Grande Moschea della Mecca, risalente alla fine dell’Ottocento, insieme a chiamate provenienti da Gerusalemme, Singapore, Khartoum, Tbilisi, Durban e Londra. Ogni voce conserva l’acustica, la tradizione e la storia del proprio luogo. Insieme, formano una congregazione sonora che attraversa più di un secolo.

L’arte collettiva di Taring Padi

Taring Padi, Rakyat Pasti Menang, stampa xilografica, 2026. Courtesy Taring Padi e Ibraaz.

Nel Majlis, Rakyat Pasti Menang riunisce opere e materiali d’archivio di Taring Padi, collettivo nato a Yogyakarta nel 1998 durante la Reformasi indonesiana. Il titolo significa “il popolo unito non sarà mai sconfitto” e riprende gli slogan delle mobilitazioni che accompagnarono la fine del regime di Suharto.

Grandi stendardi, marionette di cartone, xilografie e manifesti raccontano quasi trent’anni di lavoro in cui produzione artistica, educazione politica e organizzazione comunitaria sono inseparabili. Le immagini non chiedono soltanto di essere osservate: sono costruite per circolare, essere riprodotte e partecipare alla vita collettiva.

Più di una festa di compleanno

Ibraaz: One Year mette insieme quattro pratiche molto diverse, legate da una domanda comune: come può la cultura tornare a essere una forma di presenza? Qui l’ascolto può diventare prova, la preghiera paesaggio sonoro, il lutto un gesto condiviso e la grafica uno strumento di mobilitazione.

La forza dell’appuntamento sta proprio nel rifiuto di scegliere una sola definizione. Museo, centro culturale, casa editoriale, luogo di raccoglimento e spazio conviviale si sovrappongono. Per una sera, l’anniversario non celebra semplicemente ciò che Ibraaz ha fatto nel suo primo anno. Mostra, stanza dopo stanza, ciò che vuole continuare a essere.

Informazioni

  • Ibraaz: One Year
  • Giovedì 15 ottobre 2026, ore 18:00–21:00
  • Ibraaz, 93 Mortimer Street, London W1W 7SS
  • Ingresso gratuito con prenotazione
  • org/whats-on/ibraaz-one-year

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