Final Space ha un finale. Olan Rogers è riuscito a concludere la sua storia con The Final Chapter, la graphic novel che raccoglie l’eredità della serie. Eppure resta una nostalgia difficile da mettere a tacere: quella per l’ultima stagione animata che questa avventura avrebbe meritato. Il libro restituisce un approdo ai personaggi. Il rimpianto riguarda il viaggio che avremmo voluto fare insieme a loro sullo schermo.

The Final Chapter ha dato una conclusione alla storia di Final Space.
Credits: Olan Rogers / FinalSpaceEnds; fotografia promozionale ufficiale della Midnight Edition
Quando una serie diventa un posto in cui tornare
Ci sono serie che ricordiamo per un colpo di scena e altre per la sensazione di essere stati, per qualche ora, da un’altra parte. Final Space appartiene alla seconda categoria. Il suo spazio profondo finisce per diventare un luogo familiare, abitato da personaggi che all’inizio sembravano soltanto strambi e che, episodio dopo episodio, impariamo a voler bene.
La serie arriva in televisione nel 2018. Gary Goodspeed sta scontando una pena su un’astronave e incontra Mooncake, una piccola creatura verde il cui aspetto tenerissimo nasconde un potere devastante. La premessa promette una commedia spaziale sopra le righe. Gary parla troppo, KVN esaspera chiunque e l’universo sembra offrire un’occasione continua per una gag.
Poi, quasi senza chiedere permesso, il racconto cambia peso. Dietro l’assurdità compaiono la solitudine, il lutto e il bisogno di appartenere a qualcuno. La comicità rimane, ma comincia a convivere con conseguenze che non si cancellano alla fine dell’episodio. È questo scarto a rendere Final Space così riconoscibile: una battuta può interrompere il dolore, senza farlo sparire.
La famiglia improbabile di Gary e Mooncake
Il centro della serie non è soltanto il mistero cosmico suggerito dal titolo. È la famiglia che Gary costruisce lungo il percorso. Avocato e Little Cato danno al rapporto tra padre e figlio una forza che supera la funzione di una sottotrama. Quinn porta nel racconto una volontà autonoma, mentre HUE e persino gli interventi insopportabili di KVN contribuiscono alla vita quotidiana di questo equipaggio.
Mooncake, invece, riassume la scommessa emotiva della serie. Ha un disegno semplice, un linguaggio minimo e una presenza immediatamente riconoscibile. Eppure il suo legame con Gary sostiene una parte enorme del racconto. Final Space riesce a farci preoccupare per una pallina verde proprio mentre ci invita a ridere della sproporzione tra il suo aspetto e ciò che può provocare.

Gary Goodspeed e Mooncake: il legame da cui prende forma l’universo emotivo della serie.
Credits: Courtesy of TBS Productions, via The Harvard Crimson
Non tutto funziona con la stessa precisione. Gary può risultare eccessivo, alcune gag insistono oltre il necessario e la mitologia accumula elementi fino a rendere il percorso affollato. Ma sono difetti che convivono con una generosità rara. La serie si espone al rischio del sentimentalismo e, nei momenti migliori, trova un’emozione che arriva proprio perché non si protegge dietro l’ironia.
Il momento peggiore per interrompere il viaggio
Nel 2021 Final Space viene cancellata dopo tre stagioni. La terza aveva spinto il racconto verso una dimensione più cupa, con la sopravvivenza dell’equipaggio al centro e la minaccia di Invictus sempre più ingombrante. Il punto di arresto televisivo è un cliffhanger, non una conclusione pensata per salutare il pubblico.
Qui nasce l’occasione persa. Dopo aver costruito legami, conflitti e una scala cosmica sempre più ambiziosa, la serie avrebbe avuto bisogno del tempo necessario per farli convergere. Una stagione conclusiva avrebbe potuto restituire un senso di compimento anche alle attese dello spettatore: tornare a quelle voci, riconoscere quelle pause, vedere come un personaggio si muove quando finalmente deve scegliere.
Rogers aveva parlato di idee per un arco più lungo. Immaginare una quarta e ultima stagione resta quindi un desiderio critico, non il recupero di una stagione finale già annunciata. Non possiamo sapere come sarebbe stata realizzata. Possiamo però riconoscere quanto fosse preziosa la possibilità di chiudere il racconto nello stesso linguaggio con cui era nato.
Il libro è un finale vero
The Final Chapter va riconosciuto per ciò che è: la conclusione della storia, resa possibile dalla perseveranza del suo autore. Nel 2023 Rogers annuncia di aver ottenuto la licenza per proseguire attraverso una graphic novel. Il progetto prende forma e arriva ai lettori. Non è una promessa lasciata in sospeso né una semplice raccolta di materiali della serie.
Il fumetto offre strumenti propri. Una tavola può fermare un istante, una pagina può dilatare una battaglia e il lettore può scegliere il ritmo con cui attraversare il racconto. Ridurlo a un ripiego significherebbe svalutare il lavoro necessario per dare finalmente una chiusura a Final Space. Il libro merita di essere letto come un’opera, senza pretendere che diventi una televisione di carta.
Allo stesso tempo, sapere che una conclusione esiste rende ancora più concreta l’assenza dell’ultima stagione animata. Non manca soltanto una risposta alla domanda “come finisce?”. Manca la possibilità di assistere a quel finale con la combinazione di movimento, interpretazione vocale, montaggio e suono che aveva costruito il nostro rapporto con questi personaggi.
Quello che avremmo voluto vedere
La nostalgia per Final Space riguarda dettagli molto precisi: l’enfasi di Gary, un intervento di KVN nel momento meno opportuno, il silenzio che segue una perdita, la scala di una battaglia che improvvisamente rende minuscola un’astronave. Sulla pagina quei momenti possono trovare un’altra forza. Sullo schermo avrebbero dialogato con tre stagioni di memoria visiva e sonora.
Una stagione conclusiva avrebbe potuto raccogliere questa memoria e trasformarla in un ultimo incontro. Non occorre immaginare una serie perfetta per rimpiangerla. Sarebbe bastata la possibilità di accompagnare fino alla fine un’opera che aveva trovato la sua personalità anche attraverso gli squilibri, capace di essere buffa e dolorosa nello spazio di pochi minuti.
A rendere il rimpianto più amaro c’è anche ciò che è accaduto dopo la cancellazione. Nel 2022 Rogers ha descritto la sorte della serie come un write-off fiscale, raccontandone la progressiva scomparsa dalla distribuzione ufficiale. È una vicenda che ha aggiunto alla frustrazione per l’interruzione il timore di perdere perfino la possibilità di tornare a quel viaggio.
Oggi il libro consente di chiuderlo. Questo risultato va celebrato, senza cancellare ciò che è andato perduto. Final Space ha il suo finale e il suo autore è riuscito a sottrarlo al silenzio. Resta il desiderio di sentire ancora quelle voci e di vedere quell’equipaggio muoversi un’ultima volta. È lì che continua a vivere la stagione che avremmo voluto.
E poi c’è un fatto che trovo scandaloso: oggi Final Space non è disponibile in streaming in Italia. Una serie già realizzata, doppiata e amata dal pubblico diventa inaccessibile persino a chi vorrebbe pagare per rivederla. Nell’epoca dei cataloghi sterminati, non riusciamo a garantire nemmeno la possibilità di tornare a una storia che ci ha lasciato qualcosa. Rogers è riuscito a darle una conclusione sulla carta; l’industria dovrebbe almeno permetterci di ritrovare sullo schermo il viaggio che l’ha preceduta. Perché il rispetto per un’opera passa anche da questo: lasciarla incontrare a nuovi spettatori e consentire a chi l’ha amata di tornarci.